Il diritto di informarsi e di essere informati vale anche per noi!

In primo piano, scritta in Braille, la frase "13 dicembre Giornata Nazionale del Cieco" riportata sfumata in chiaro sullo sfondo in colore azzurro. Sulla sinistra in verticale la scritta "Speciale 2022"

di Katia Caravello

La libertà di informazione, sancita dalla nostra Carta costituzionale e da vari trattati internazionali, è un corollario del diritto di manifestazione del pensiero e va intesa tanto come il diritto ad informare quanto come il diritto ad informarsi, ovvero di attingere informazioni da più fonti, e di essere informati, ovvero di ricevere le informazioni.

In questa sede mi concentrerò sulla libertà di informazione come diritto ad informarsi e ad essere informati, perché troppo spesso alle persone con disabilità visiva non è garantita al pari delle altre persone.

Infatti, pur essendo riconosciuta come diritto fondamentale dell’uomo e venga esplicitamente prevista dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti umani – che cita “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione,  incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” – ed anche dall’articolo 21 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, divenuta legge dello Stato italiano il 3 marzo 2009 (n. 18/2009),  le informazioni non sempre sono veicolate utilizzando tecnologie e modalità atte a garantire l’accessibilità  delle stesse alle persone cieche ed ipovedenti.

La Convenzione ONU, nel succitato articolo, stabilisce che gli Stati Parti debbano:

(a) mettere a disposizione delle persone con disabilità le informazioni destinate al grande pubblico in forme accessibili e mediante tecnologie adeguate ai differenti tipi di disabilità, tempestivamente e senza costi aggiuntivi;

(b) accettare e facilitare nelle attività ufficiali il ricorso da parte delle persone con disabilità, alla lingua dei segni, al Braille, alle comunicazioni aumentative ed alternative e ad ogni altro mezzo, modalità e sistema accessibile di comunicazione di loro scelta;

(c) richiedere agli enti privati che offrono servizi al grande pubblico, anche attraverso internet, di fornire informazioni e servizi con sistemi accessibili e utilizzabili dalle persone con disabilità;

(d) incoraggiare i mass media, inclusi gli erogatori di informazione tramite internet, a rendere i loro servizi accessibili alle persone con disabilità;

(e) riconoscere e promuovere l’uso della lingua dei segni. (art 21 Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità).

Nel nostro Paese, purtroppo, tutto ciò non è messo sempre in pratica.

 Quante volte le pubblicità trasmesse in televisione non nominano neanche il prodotto pubblicizzato o fanno riferimento a prezzi o numeri in sovraimpressione. Quante volte i siti di informazione non sono pienamente accessibili o, ancor più spesso, non sono accessibili le edizioni digitali di quotidiani e periodici.

Finché ciò che viene scritto e non detto a voce è il prezzo di un paio di ciabatte o il numero per  ordinare un paio di pantaloni, passi – per quanto siamo consumatori come tutti gli altri ed è anche da un punto di vista di marketing poco furbo tagliare fuori un’intera fetta di potenziali acquirenti (le persone con disabilità visiva in Italia si aggirano intorno ai 2 milioni) – ma quando il numero messo in sovraimpressione e non detto è il 1522, ovvero il numero da chiamare quando si subisce violenza, la cosa è ben diversa! E’ quel che è accaduto in uno degli spot di sensibilizzazione mandati in onda nei giorni precedenti e successivi all’ultima Giornata internazionale per  l’eliminazione della violenza contro le donne.

Il prezzo di un prodotto che voglio acquistare, o il numero per acquistarlo, posso cercarlo per altre vie o farmelo dire da qualcun altro, è una seccatura ma facilmente superabile, il discorso è ben diverso quando si tratta di numeri di emergenza, tanto più quando si tratta di un tema così intimo e delicato come quello della violenza di genere. Non si tratta più di una seccatura, ma di una questione di vita o di morte!

Tra le testate giornalistiche, come accennavo prima, la situazione non è migliore. Se i siti e le applicazioni, con qualche difficoltà, sono accessibili, lo stesso non vale per le versioni digitali di quotidiani e periodici , queste, infatti, spesso sono del tutto inaccessibili – quindi non consultabili attraverso gli screen reader utilizzati dalle persone con disabilità. E non è un discorso riferito a testate minori, ma anche a testate molto importanti alle quali non mancherebbero di sicuro le risorse per rendere accessibili i propri prodotti.

 

In tema di diritto all’informazione, così come per l’esercizio di altri diritti fondamentali da parte delle persone con disabilità (salute, istruzione, accesso ai beni culturali, mobilità, vita indipendente ecc.), la questione è sempre la stessa: la disabilità e le altre condizioni di fragilità (ad esempio l’avanzare dell’età) non sono considerate quando si progetta un luogo o un prodotto o si implementa un servizio… ci si pensa sempre dopo! Ci si presta attenzione solo nel momento in cui insorgono i problemi, qualcuno si lamenta o, peggio, si verifica qualche incidente!

Potremo vivere in una società realmente inclusiva solo nel momento in cui la progettazione universale non sarà più un’eccezione, ma diventerà la norma.

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