Esistono davvero i “diritti delle persone con disabilità”?

 

di Katia Caravello

Il 13 dicembre 2006  l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha sottoscritto la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, divenuta legge dello stato italiano il 3 marzo 2009, ma è proprio così corretto parlare di “diritti delle persone con disabilità”?

Non si dovrebbe invece parlare di diritti umani, di diritti di cui godere in quanto persone e cittadini?

L’unica differenza non dovrebbe risiedere nei mezzi, negli strumenti e nei servizi che consentono a chi ha una disabilità di esercitare i diritti di cui è titolare in quanto essere umano?

Effettivamente la Convenzione ONU andrebbe in tale direzione. Nell’articolo 1, infatti, si legge che lo scopo della Convenzione  è quello di “promuovere, proteggere e garantire  il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali  da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la  loro intrinseca dignità”, riconoscendo alle persone con disabilità i diritti di tutte le persone. Nella Convenzione, infatti, non si definiscono nuovi diritti, ma si impone agli Stati sottoscrittori di attivare tutte le iniziative necessarie per garantire alle persone con disabilità pari opportunità e, quindi, evitare che esse siano soggette a discriminazioni a causa della propria condizione.

In linea di principio è tutto chiaro, definito ed assolutamente corretto, peccato che nella realtà quanto  dichiarato nella Convenzione sia spesso rimasto solo sulla carta!

Ancor oggi la disabilità viene considerata come un mondo a parte, non una parte del mondo. Ciò porta a trattare l’argomento in contenitori separati, ragionando per compartimenti stagni.

Qualche giorno fa si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, numerosissimi gli eventi organizzati per sensibilizzare ed informare su questo tema delicato, ma quante volte si è parlato di donne con disabilità in queste occasioni? Certo ci sono state tante manifestazioni dedicate alla violenza sulle donne con disabilità ma, ancora una volta, in un contenitore separato. La violenza sulle donne con disabilità non è sempre violenza di genere? Ovviamente sì, ma allora perché trattare la violenza sulle donne con disabilità  e quella sulle donne senza disabilità come due fenomeni distinti?

E accade lo stesso quando si parla della condizione delle donne nel mondo del lavoro, di affettività e sessualità, di istruzione e così via.

La disabilità è sempre qualcosa a parte e le persone con disabilità sono sempre individui per i quali bisogna pensare a soluzioni ad hoc, in tempi e con modalità diverse. Cosa per altro controproducente anche da un punto di vista strettamente economico: è assodato che la progettazione universale ha un costo inferiore rispetto all’adeguamento in un secondo momento.

L’esempio plastico di questo modo di concepire la disabilità è la riproposizione di un Ministero ad essa dedicato. La scelta di istituire un apposito dicastero è sicuramente un segnale di attenzione per il tema da parte del Governo, ma al tempo stesso va a rafforzare l’idea che la disabilità sia un qualcosa da trattare in separata sede e non, come invece dovrebbe essere, un aspetto da tenere in considerazione ogni qual volta si lavora ad una legge, ad un decreto o a qualsiasi altro provvedimento.

Per arrivare ad avere una società realmente inclusiva è imprescindibile mettere la persona al centro. Questo ha cercato di fare la Convenzione ONU introducendo la locuzione “persone con disabilità” (da sostituire ad espressioni come “disabile”, “handicappato” o “diversamente abile”), che sempre nell’articolo 1 definisce come “coloro che presentano durature menomazioni  fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere  di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva  partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”.

Utilizzare l’espressione “persona con disabilità, invece di “persona disabile”, non è una sottigliezza linguistica, la semplice aggiunta di una preposizione e la sostituzione di un aggettivo con un sostantivo, ma è la presa d’atto della situazione.

Chi ha una disabilità è una persona come tutte le altre, ha delle abilità e dei limiti, dei pregi e dei difetti, è portata a fare alcune cose e non altre e così via… la disabilità è uno solo degli elementi che la caratterizza. Un elemento che sicuramente non può e non deve essere ignorato, ma che non deve neanche essere posto sempre in primo piano.

Definire una persona semplicemente un disabile è come utilizzare una sineddoche, quella figura retorica che consiste nell’uso di una parola al posto di un’altra, nella fattispecie, si usa un termine che descrive una parte per definire il tutto (è come dire Inghilterra per riferirsi al Regno Unito).

E’ facilmente intuibile come ciò sia riduttivo: significa porre l’attenzione esclusivamente su una caratteristica, ignorando completamente tutte le altre… e ciò non è accettabile quando si parla di esseri umani.
Questa visione parziale è alla base dei tanti pregiudizi esistenti nei confronti delle persone  con disabilità. Pregiudizi che, anche quando sono positivi, non consentono la reale conoscenza dell’altro, dando origine a false credenze e a generalizzazioni.


Utilizzare l’espressione “persona con disabilità” significa andare oltre la condizione di salute di un individuo , riconoscendogli lo status di persona. Al contrario, se si persiste nel mettere al centro la disabilità a discapito della persona, si continuerà a percepire la disabilità come un mondo a parte, anziché una parte del mondo.

Il fatto di essere riconosciuti come persone, significa anche essere riconosciuti e trattati come cittadini tra i cittadini e, in quanto tali, avere dei diritti e non dei bisogni! Le persone con disabilità, come tutti i cittadini, oltre ad avere dei doveri, hanno il diritto all’istruzione, al lavoro, alla mobilità autonoma e via dicendo… non c’è – e non ci deve essere – nulla di straordinario in tutto ciò.

Una società che si definisce “inclusiva” non deve chiedersi quali sono gli interventi da attuare per aiutare le fasce più deboli della popolazione, ma deve domandarsi quali sono gli interventi da attuare perché anche le fasce più deboli della popolazione possano godere dei propri diritti. Non si tratta di dare aiuto, ma di garantire diritti!

E’ fondamentale ribadire questi concetti perché quanto sancito dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità non rimangano delle enunciazioni di principio, ma si tramutino in una nuova concezione della disabilità dalla quale originino azioni concrete che consentano alle persone con disabilità di partecipare pienamente alla vita della collettività.

La Giornata internazionale delle persone con disabilità, celebrata il 3 dicembre di ogni anno, rappresenta un’occasione per parlare della disabilità e delle persone con disabilità in questi termini e non bisogna  lasciarsela scappare!

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on telegram
Share on whatsapp
Share on email

1 commento su “Esistono davvero i “diritti delle persone con disabilità”?”

  1. Parole sacrosante, ovviamente condivisibili. Peccano, però, un pò di genericità. Mi spiego: avrei gradito si dicesse “apertis verbis” che la violenza e la discriminazione versus un disabile la compie in primo luogo il di lui fratello o la di lui sorella che, per compiacere il/la rispettivo/a partner criminalizza, ghettizza, emargina e diffama il proprio parente disabile cagionandogli immense sofferenze morali, non patrimoniali, esistenziali, etc. Dette vergognose ed infami condotte dovrebbero essere presidiate da adeguate sanzioni penali, anche e soprattutto a carico del coniuge che plagia ed istiga il partner contro il fratello o la sorella disabile. Inoltre si dovrebbe gravare i parenti stretti che godono di salute e denaro di una posizione di garanzia nei riguardi del parente disabile, in tal guisa sarebbero costretti “ope legis” ad interessarsene invece, come talvolta accade di constatare, di tramare contro gli stessi per portar via loro anche quel poco che hanno col tacito consenso di un legislatore inerme, inerte è scandalosamente indifferente…

    Rispondi

Lascia un commento