Franca Viola. Il coraggio di denunciare

di Katia Caravello

Immagine di due scarpe rosse sulla sinistra e sulla destra il testo "Speciale: 25 novembre Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne"

E’ stata la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore, che avrebbe sollevato da ogni responsabilità l’uomo che l’aveva rapita, rinchiusa per giorni in un casolare senza cibo e infine violentata.  Il suo nome è Franca Viola e la sua storia è stata di esempio e di stimolo per tante ragazze come lei.

Era il 26 dicembre 1965 quando Filippo Melodia, ex fidanzato di Franca, con il suo branco di amici fanno irruzione a casa Viola e, dopo aver distrutto tutto e malmenato la mamma di Franca, rapiscono lei, all’epoca diciassettenne, ed il fratellino, che le si era aggrappato alle gambe per difenderla.  

Il giorno di Capodanno del 1966 i parenti di Melodia vanno da Bernardo (il padre di Franca) per la cosiddetta «paciata», ovvero la pace tra le famiglie che di fronte al fatto compiuto, secondo tradizione, avrebbero concordato le nozze. I genitori di Franca, d’accordo con la polizia, fingono di accettare. Il giorno successivo, però, i poliziotti fanno irruzione nell’abitazione della sorella di Filippo, liberano Franca e arrestano i rapitori. Melodia e i complici sono certi che di lì a poco ci saranno le nozze e quindi l’impunità… non sarà così!

Franca, infatti, con il sostegno di papà Bernardo, decide di non accettare le nozze riparatrici e di procedere con la denuncia di Filippo Melodia e dei suoi complici. Il processo ebbe inizio a dicembre del 1966.

In quegli anni era in vigore l’articolo 544 del Codice penale che citava «per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali»”. Prima di Franca Viola, nessuna ragazza o donna aveva mai rifiutato questa soluzione, ritenendola preferibile all’umiliazione di essere considerata disonorata perché non più vergine e rischiare di non trovare nessuno disposto a sposarla

La coraggiosa Franca, invece, sosteneva “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.

Il processo attirò l’attenzione di tutta la stampa locale e nazionale, non solo perché era la prima volta che una donna sceglieva di dichiararsi “svergognata” e sfidare le arcaiche regole di un “onore” presunto e patriarcale, ma anche perché in questa vicenda si ravvisava l’occasione di intaccare, almeno in parte, il potere della mafia.

Il prezzo da pagare per la famiglia Viola fu altissimo: minacce, ricatti, l’opinione pubblica ostile, insomma una clausura stretta, con polizia fuori da casa giorno e notte e nessuna possibilità di lavoro per il signor Bernardo.

«Una grande occasione si presenta ai magistrati», scrive Indro Montanelli sul Corriere nei giorni del processo. «La posta in gioco è grossa e va al di là del caso e dei protagonisti». «Franca Viola e suo padre non hanno detto no soltanto a Filippo Melodia», scrive ancora Montanelli. «Hanno detto no a un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina… hanno detto no a tutti i tabù e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società”   

Dopo un anno dalla conclusione del processo, Franca sposò il ragazzo di cui era innamorata, Giuseppe Ruisi, che l’aveva aspettata per tutto quel tempo e che non aveva paura di quello che avrebbe detto la gente.

Il padre di Franca, Bernardo, è morto 18 anni dopo il rapimento della figlia, lo stesso giorno alla stessa ora.

Nonostante il coraggio di Franca abbia fatto da apripista per altre analoghe denunce, solo nel 1981 – a quasi 16 anni di distanza –   l’articolo 544 del Codice penale, e quindi il matrimonio riparatore, è stato abolito.

Si dovrà attendere addirittura sino al 1996 per vedere riconosciuto lo stupro, non più come un reato «contro la morale» bensì un reato «contro la persona» … che è stata abusata. Questo vuole dire che fino a soli 25 anni fa, la violenza sessuale non offendeva la persona che la subiva, ma ledeva una generica moralità pubblica. La violenza sessuale, infatti, era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

Nel giorno in cui si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne mi sembrava doveroso ricordare la storia di una donna che, battendosi per la sua dignità, si è battuta per la dignità di tutte noi e grazie alla quale, anche se con molto ritardo (non certamente imputabile a lei), sono state approvate leggi che ci tutelano e che condannano la violazione del nostro corpo.

Vorrei concludere questo mio articolo con una frase di Franca Viola che spero possa essere di sostegno e di stimolo per tutte quelle donne, di qualsiasi età e nazionalità, che non hanno ancora trovato la forza di denunciare il proprio aguzzino: “Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. È una grazia vera, perché se non hai paura di morire muori una volta sola.”.

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