Orientarsi nell’era della postverità e delle fake news.

È possibile valutare l’attendibilità di quanto leggiamo sul giornale, ascoltiamo alla televisione o chiacchierando con gli amici o di ciò che riceviamo e diffondiamo sui social network?

Sempre più spesso i fatti oggettivi hanno meno peso nella formazione dell’opinione pubblica di quanto non abbiano le emozioni e le credenze personali.

E’ quella che l’Oxford Dictionaries ha definito “post-truth”, traducibile in italiano con “postverità”.

Conosceremo meglio questo fenomeno ed il ruolo che ha nel diffondersi di pregiudizi e stereotipi grazie alla prof.ssa Anna Maria Lorusso, Coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Bologna.

Affresco "La donazione di Costantino" - un grande falso della storia
Affresco "La donazione di Costantino" - un grande falso della storia

 

D. Ti ho invitato per fare questa chiacchierata al fine di fare un po’ di chiarezza su un concetto che spesso si sente nominare, ma di cui spesso non si conosce il reale significato. Stiamo parlando della postverità. In questo periodo sembra che l’opinione pubblica si formi più sulla base delle emozioni e delle credenze personali e che i fatti oggettivi abbiano un peso minore. Questo è quello che viene definito, per l’appunto, postverità. Ci chiarisci cos’è e qual è il suo impatto sulla collettività?

R. Sì ci provo. Come hai detto tu è una parola che viene molto usata ma su cui secondo me c’è anche parecchia confusione, perché molto spesso la parola postverità viene usata come sinonimo di fake news e peraltro in questi ultimi mesi o forse in quest’ultimo anno ha ricevuto l’ulteriore, come dire, iniezione di protagonismo con la pandemia e con la diffusione disordinata, spesso contraddittoria, di notizie che c’è stata. Quindi per me è piuttosto importante partire da una definizione di quella che è la specificità della postverità rispetto a questi altri fenomeni. Per cercare di definire questa specificità mi preme dire che nella mia visione la postverità è proprio un modo di concepire, percepire, vivere la circolazione delle informazioni, ma vorrei dire, la circolazione del linguaggio, Cioè è qualcosa di molto generale, è una logica. A me piace l’espressione del filosofo Michel Foucault che parla di “regime discorsivo”.

Ecco, la verità per me è un regime discorsivo, cioè un fenomeno molto ampio al cui interno poi si hanno manifestazioni diverse, fra cui anche le fake news, ma quella è solo una delle tante manifestazioni. Questo invece è un regime molto ampio che contiene vari fenomeni minori.

Secondo me sono molto rilevanti due elementi, uno è quello che tu hai nominato, cioè il ruolo centrale delle emozioni. Nel regime della postverità noi diamo una priorità alle emozioni, cioè riteniamo che le nostre reazioni emotive possano essere un criterio di giudizio. Questo è il punto: Il problema non è che le emozioni ci siano o che siano rilevanti, il problema si da quando le emozioni diventano un criterio di giudizio. Quindi io non giudico un discorso, un parere, un’opinione, una teoria in base a delle valutazioni, diciamo, argomentative, ma valuto un discorso, una teoria, una posizione in base a una reazione emotiva, mi piace non mi piace, mi identifico non mi identifico. Appunto, le emozioni come criterio e questo è un primo aspetto molto problematico.

Un secondo aspetto molto problematico che spesso a mio avviso viene lasciato in secondo piano, è il fatto che nel quadro della postverità noi in realtà abbiamo un’idea molto confusa o molto complessa, le due cose vanno insieme, di realtà. Cosa voglio dire? Voglio dire che noi ci siamo abituati negli anni – quello che sperimentiamo oggi è il risultato di qualcosa che iniziato parecchio tempo fa – ad avere una concezione di realtà molto, come dire, stratificata. Per cui ad esempio confondiamo ciò che fa parte del mondo dello spettacolo con ciò che fa parte del mondo della politica oppure, per rimanere nell’attualità, ciò che fa parte del mondo della scienza, e non percepiamo proprio la differenza, non percepiamo la distinzione che c’è tra avere un posizionamento, un ruolo sociale, che è politico, e in cui quindi le nostre parole assumono un certo valore, dall’avere invece una posizione sociale per cui semplicemente condividiamo qualcosa con degli amici ad eempio o viceversa intratteniamo qualcuno.

Ecco c’è una grande confusione su questo e questo è un problema per l’informazione.

D. Assolutamente d’accordo con te. Ma la postverità, di fatto, nega la verità?

R. E’ una domanda difficile. Non nega la verità secondo me e non è detto che tutto ciò che si dà in un regime di postverità sia non veritiero, non generalizziamo, non siamo più drastici di quanto in realtà la realtà non ce lo richieda. Però certamente c’è un’idea di verità che è diversa. Prima tradizionalmente la verità è sempre stata basata sul l’idea di corrispondenza a un piano di realtà, oggi questa idea di corrispondenza, per tante ragioni che secondo me hanno ampiamente a che fare con i media, è saltata, quindi la nostra idea di verità è un’idea se vogliamo più complessa, multidimensionale. Questo significa dire che il nostro mondo, secondo me, è un po’ più complicato di quello di qualche decennio fa e questo richiederebbe un’educazione, una formazione delle persone che non c’è.

D. Hai già sfiorato il tema, ma qual è in tutto questo il ruolo giocato dalla televisione?

R. Secondo me il ruolo della televisione è molto rilevante e, vorrei dire, è ancora molto rilevante, nel senso che spesso in questi discorsi sulla postverità o appunto sulle fake news si punta il dito solo contro i social o prevalentemente contro i social, internet eccetera eccetera e invece secondo me non è trascurabile il ruolo della televisione perché, è stata innanzitutto la televisione ad abituarci, diciamo così a renderci familiare, questa confusione di piani di realtà. Per cui appunto è stata la televisione innanzitutto a confondere il piano dell’intrattenimento con il piano della denuncia il piano della politica. Negli anni ’80, io ero bambina ma un po’ mi ricordo, c’erano degli spazi molto distinti cioè c’erano le tribune politiche da una parte e Portobello dall’altra e poi c’erano delle trasmissioni, diciamo così, per signore in cui si faceva salotto, c’erano i cartoni animati. era tutto molto differenziato, Questo vuol dire che era tutto molto ordinato. Non dico che fosse meglio o peggio, ma certamente era tutto molto ordinato. Oggi fare delle distinzioni così è impossibile perché sappiamo tutti che i politici sono nei salotti, i salotti sono divertenti o di intrattenimento. Pensiamo solo a quanto è accaduto durante il concerto del 1 maggio con il discorso di Fedez, un momento di musica diventa l’occasione per dare inizio ad una querelle politica. Quindi tutto si incrocia e questo però è molto più complicato da gestire per noi. Questa è una situazione che ha avuto origine in televisione e la televisione continua a rafforzarla. Quindi la televisione ha secondo me un ruolo fondamentale.

D. Tu hai scritto varie cose sulla postverità. Nel tuo libro “Postverità. Tra reality, social media e storytelling” del 2018 hai fatto una riflessione sulla differenza tra le categorie di “realtà” e quella di “fatti”. Qual è questa differenza?

R. Ha a che fare con quello che dicevo prima, nel senso che, diciamo, i fatti sono sempre qualcosa di ritagliato all’interno di una serie di accadimenti. Quindi i fatti in sé, mi vien da dire in modo un po’ provocatorio, non esistono esiste mi vien da dire un livello di eventi che succedono, dopodiché arriva un narratore, che può essere un giornalista, un cronista o semplicemente una persona che partecipa a un evento, arriva una telecamera, arriva insomma un qualche occhio e un qualche soggetto che racconta quella catena di eventi e costruisce, diciamo così, definisce dei fatti. Quindi i fatti non sono qualcosa di oggettivo che esistono indipendentemente da noi, esistono invece con noi attraverso i nostri discorsi e questo significa che i livelli, diciamo così, di realtà poi un po’ si moltiplicano o comunque diventano plurali, perché ci sarà una realtà scientifica, una realtà politica, una realtà emotiva. Sono tutti livelli di realtà legittimi.

D. Prima hai citato le fake news, che differenza c’è, se c’è, tra fake news e postverità?

R. Sì, intanto le fake news dovrebbero avere, se non altro per il nome “fake news”, sempre a che fare con la falsificazione, qualcosa di falso, mentre la postverità, invece, è qualcosa di molto più ampio e generale.

Nella postverità il problema non è tanto quello della falsità, piuttosto quello della confusione di livelli, che dà origine ad un ambiente confondente in cui è difficile fare distinzioni. In questo ambiente più ampio poi ci sono dei fenomeni che hanno propriamente a che fare con la falsificazione. E questi fenomeni falsificazione da una parte ci sono sempre stati quindi

questi fenomeni non sono niente di nuovo, certo che oggi, con l’avvento dei social – questo sì che è un problema secondo me molto legato ai social – è alla portata di tutti, far circolare delle false notizie, e farle circolare anche in circuiti molto estesi e non controllabili, è molto più semplice di un tempo. Un post o un tweet falso che parte da un profilo chissà dove può arrivare può avere una carriera molto ampia e molto lunga.

Diciamo che i social hanno moltiplicato il raggio d’azione. Oggi non si tratta più di una falsificazione di regime, ma di falsificazioni costanti che ciascuno di noi può produrre con effetti, ripeto, molto diffusi.

Un’altra specificità delle fake news di oggi è che molto spesso non ne abbiamo neanche coscienza. Cosa voglio dire?  La falsificazione, ad esempio, della storia da parte di un imperatore – e c’era già nell’Impero Romano- era un’operazione che compiva con consapevolezza, scientemente. Oggi invece quante volte a tutti noi – perché credo che nessuno sia escluso e nessuno possa scagliare la prima pietra – quante volte ci capita di ritwittare qualcosa che colpisce anche se non siamo sicuri che sia effettivamente qualcosa di verificato, eppure facciamo questo gesto banale, che nella sua banalità significa far circolare e dare credito a un’informazione non verificata, che magari è falsa.

Quindi è tutto molto più facile, inconsapevole.

foto del movimento QAnon
foto del movimento QAnon

D. E come possiamo difenderci dalle fake news?

R. Io credo che ci sia un’unica strategia efficace, che però non viene molto presa in conto, forse per niente: la strada dell’educazione. Io credo che il mondo in cui viviamo sia piuttosto complesso ossia abbia dei profili di complessità molto molto rilevanti.

Tutti, dai bambini di sei anni a noi, persone mature che non siamo nativi digitali, abbiamo l’impressione di saper utilizzare i mezzi di comunicazione di cui disponiamo e di sapere come funzionano. Al contrario, io credo che il panorama dei media di oggi richieda molta consapevolezza e, appunto, educazione. Perché io sono certa che se facciamo riflettere un ragazzino, o anche un adulto, sul meccanismo banale del retweet, che è l’amplificazione di qualcosa di non verificato, o se facciamo riflettere un ragazzino sul fatto che internet non è il mondo della libertà, ma è in realtà un mondo super profilato sulla sua identità, anche il ragazzino inizia ad utilizzarlo in maniera diversa, a prenderne coscienza e ad utilizzarli in maniera più consapevole.

Io credo che sia una battaglia di retroguardia quella di tante persone – anche miei amici – genitori che tentano di arginare, se non impedire, l’uso dei social ai propri figli adolescenti: quello è il loro mondo, il mondo è ormai fatto di questo e non possiamo pensare di eliminarlo. Quello che possiamo fare è creare dei soggetti più consapevoli.

E’ questa la battaglia per le fake news per l’educazione critica all’informazione. Si tratta di dare degli strumenti di consapevolezza e di critica.

D. Nel tuo libro che citavo prima, tu identificavi nello storytelling, quindi nella narrazione, un possibile antidoto contro la postverità, cosa intendi dire?

R.  Secondo me quello che oggi si chiama con questa parola Storytelling – molto di moda – è effettivamente molto importante. Non mi piace la parola, ma credo che il concetto sia molto importante per due ragioni. La prima è una constatazione: se noi andiamo a vedere le fake news più, come dire, più dirompenti, più rilevanti, che magari pur essendo delle bufale enormi comunque hanno avuto una circolazione ed una credibilità, ci rendiamo conto che sono delle notizie false, che si inseriscono però all’interno di una storia complessivamente, se non proprio vera, comunque consolidata, ossia una narrazione che ha già appunto un’esistenza ed una circolazione sociale molto rilevante.

Se penso a tante fake news che hanno a che fare, ad esempio, con l’immigrazione, la fake news è ogni volta qualcosa di molto circoscritto, localizzato, però è chiaro che quella informazione falsa, circoscritta si inserisce in una cornice narrativa in cui c’è una narrazione molto forte che dice che “gli immigrati alimentano la criminalità” eccetera eccetera. Allora, se così stanno le cose – e così stanno le cose per quanto sia brutto dirlo, è un dato di fatto – un antidoto è quello di creare grandi narrazioni alternative. L’antidoto non è correggere quella piccola falsità se la cornice narrativa resta forte, l’antidoto è dare un’altra lettura del mondo, un’altra narrazione delle cose che dia un senso complessivo a una serie di affermazioni più locali, più contingenti. Quindi, in questo senso costruire delle storie è molto importante perché le grandi narrative sociali sono quelle che, come dire, tengono unite e, o creano un legame tra grandi gruppi. Noi è di questo che abbiamo bisogno, sembra esagerato, ma noi abbiamo bisogno di storie in cui credere; non nel senso di favole, ma nel senso di spiegazioni del mondo in cui riconoscerci, ed è entro i quadri di grandi narrazioni sul mondo che noi possiamo dare legittimità o meno. E’ il compito che evidentemente fino a qualche tempo fa svolgevano le grandi ideologie che appunto offrivano delle grandi narrazioni, delle grandi letture del mondo e, crollate quelle, ne dobbiamo trovare di alternative più adeguate al mondo in cui oggi siamo.

D. Certo. Parliamo ora dei social network, li abbiamo nominati più volte nell’arco di questa nostra chiacchierata.  Nel pensiero comune essi sono il luogo per eccellenza dove è possibile confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi, ma è proprio così?

R. E’ esattamente il contrario ed è una delle tante consapevolezze che un’educazione critica ai media potrebbe generare. Ora io ho detto esattamente il contrario forse esagerando un po’, però il punto è che noi sui nostri Social e anche nei motori di ricerca generici non troviamo mai il mondo, ma troviamo quel pezzetto di mondo che ci assomiglia. Sia i vari motori di ricerca, tipo Google, sia i social sono basati sui nostri profili, cioè tengono memoria dei nostri gusti, delle nostre scelte, delle scelte che facciamo di solito, degli acquisti che facciamo di solito, dei consumi che facciamo di solito. Tengono tutte queste cose insieme e quindi, banalmente, se io cerco su Google una certa cosa e tu cerchi esattamente quella stessa cosa con le stesse parole noi avremo dei risultati diversi perché l’algoritmo di Google selezionerà per me e per te le cose più simili ai nostri gusti rispettivamente. Questo succede nei motori di ricerca generici, figurati nei social dove poi c’è anche un meccanismo, diciamo così, di selezione consapevole, perché su Facebook io seleziono i miei amici, su Twitter seleziono i profili che mi interessano e quindi quelli che voglio seguire, per cui si creano quelle che vengono definite negli studi su questi argomenti delle camere degli eco “echo chambers”. In che senso? Nel senso che quello che io trovo nelle mie ricerche riecheggia quello che mi piace, quello che mi interessa. Ad esempio, io amo il cinema, bene verranno fuori sempre in primo piano tante notizie che hanno che fare con il cinema perché ci si è resi conto che io amo andare al cinema. Adesso ormai è un po’ che non succede, però magari prima compravo biglietti per il cinema on-line quindi la rete ha memorizzato che io compravo biglietti per il cinema e quindi ha memorizzato che mi piace il cinema e quindi mi dà una serie di esiti in primo piano che hanno a che fare con il cinema.

Ho fatto un esempio banale per dire che siamo identificati in funzione dei nostri consumi e quindi quello che la rete ci dà nelle nostre ricerche e quello che ci assomiglia, quindi non il mondo ma quel pezzo di mondo che ci assomiglia.

 

In primo piano un neonato che piange mentre viene vaccinato con 6 siringhe, in basso la scritta ASSASSINI

D. Quindi questo è un pregiudizio che sarebbe opportuno superare per fare, come dicevamo prima, un uso più consapevole degli strumenti web con i quali interagiamo quotidianamente.

Uscendo un po’ dall’astratto per concentrarci su un argomento assolutamente attuale come quello dei vaccini, delle vaccinazioni e dei movimenti no vax (se ne parla da anni, ma nell’ultimo anno è diventato ancora più presente nella nostra vita), che ruolo ha giocato la comunicazione, e quindi tutto ciò di cui abbiamo parlato sino adesso, nella percezione dell’utilità piuttosto che della dannosità dei vaccini e sull’importanza di vaccinarsi?

R. La questione dei no vax è una questione vecchia, che adesso è esplosa con conseguenze ancora più drammatiche.

Io credo che tutta la questione dei no vax porti in primo piano e ci debba far riflettere su un problema, che è appunto la logica della postverità. Esprime cioè il fatto che, nel mondo dominato dalla postverità, un ruolo fondamentale lo svolgono le emozioni, ma fondamentalmente significa che lo svolge l’identificazione, che ha a che fare con l’esperienza personale. Io mi identifico con qualcosa quando sento che mia esperienza corrisponde a quella di qualcun altro.

Da qui deriva a mio avviso una specie di esaltazione dell’esperienza individuale, che è molto pericolosa e che molto spesso è alla base del discorso dei no vax, perché molto spesso, vorrei dire quasi sempre, il discorso dei no vax si motiva su un dato di esperienza personale: “mio figlio, il mio bambino, è stato male dopo il vaccino” “io ho avuto questo problema”, “conosco persone che hanno avuto problemi dopo il vaccino” e via dicendo.

Il dato di esperienza in se è incontrovertibile e peraltro io non penso che chi si riferisce a queste esperienze le falsifichi (Cioè se uno dice che suo figlio è stato male dopo aver fatto il vaccino, io ci credo, non lo metto in dubbio),  il punto è che  l’esperienza non è un parametro di competenza, vorrei dire di expertise;  faccio un po’ così una specie di gioco di parole tra esperienza ed expertise: L’esperienza e qualcosa di individuale –  può essere drammatica altre volte viceversa è felicissima ed esaltante- però è un dato individuale, non possiamo basare su quello delle valutazioni in qualche modo scientifiche come l’efficacia o la bontà dei vaccini. La valutazione sull’efficacia dei vaccini appartiene allo spazio della scienza, non allo spazio dell’esperienza individuale e qui torno alla grande confusione di piani che oggi costantemente facciamo. Cinquanta anni fa non sarebbe stato pensabile che la persona comune contestasse il sapere della medicina, perché quel sapere della medicina era percepito come un discorso scientifico autorevole. Oggi viceversa siamo pronti a metterlo in discussione sulla base delle nostre esperienze e questo è molto pericoloso, è qualcosa che ha a che fare appunto profondamente con la logica della postverità.

D. Grazie mille Anna Maria, sei stata molto molto chiara e speriamo di aver fatto un po’ di chiarezza su questo tema, che è decisamente complicato, e che le persone possono essere un pochino più consapevoli del mondo in cui viviamo.

R. Grazie Katia di questa chiacchierata su questi temi che mi stanno a cuore.

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