Franco Bomprezzi. Un “osso duro” dalle ossa fragili

A sinistra il logo della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità costituito da due anelli concentrici. Le due metà di ogni anello sono di colore diverso e terminano in basso con la raffigurazione di una mano stilizzata. Al centro un cerchio di colore azzurro che rappresenta la figura di una persona che viene abbracciata. A destra la scritta: "Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità 3 dicembre"

di Katia Caravello

In occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, mi è venuto naturale pensare di raccontare la vita e, soprattutto, il pensiero di Franco Bomprezzi per tutto ciò che ha rappresentato per il mondo della disabilità. Non è facile per me scrivere di una figura tanto significativa, ho il forte timore di non essere in grado di rendergli merito con le mie parole… ma ci proverò comunque, chiedendo scusa in anticipo a tutti coloro che lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene se non riuscirò nel mio intento.

Franco Bomprezzi, classe 1952, è nato con una patologia genetica, l’osteogenesi imperfetta, che si manifesta con una fragilità ossea a causa della quale ha vissuto sempre in compagnia della sua sedia a rotelle. La sua disabilità, però, non gli ha impedito di affermarsi come giornalista, è stato probabilmente il primo giornalista con disabilità motoria ad occuparsi di cronaca nera.

Digitando su Google “Franco Bomprezzi” è possibile leggere moltissimo materiale, sia prodotto dallo stesso Bomprezzi sia dai suoi tanti amici e colleghi che ne portano avanti il lavoro e si impegnano per tenere sempre vivo il suo ricordo. Quindi qui non ripeterò le stesse cose che potete trovare facilmente altrove, quello che vorrei fare è spiegare perché questa persona, di cui ho letto tanto e ho avuto la fortuna di incontrare un’unica volta qualche mese prima che morisse prematuramente, ha suscitato in me tanto rispetto e ammirazione.

La cosa che mi colpì la prima volta che lessi un suo scritto era la capacità di trattare temi seri con una pungente ironia, ma è la sua attenzione per il linguaggio e l’utilizzo delle parole che mi ha conquistato.

Come lui, ho sicuramente la sensibilità verso un utilizzo corretto delle parole e la convinzione che una buona comunicazione è una comunicazione che non discrimina nessuno. Parlando e scrivendo di disabilità, ho sempre in mente il suo decalogo per una buona comunicazione sulla disabilità (che potete leggere a questo link).

Precorrendo i tempi, prima ancora dell’approvazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (dicembre 2006), parlando di disabilità, Bomprezzi metteva al centro la persona, affermando che le persone con disabilità “non fanno parte di un altro mondo, ma sono una parte del mondo “.

Franco Bomprezzi ha sempre parlato delle persone con disabilità senza pietismi o eroismi ed ha fatto del suo meglio perché tutti facessero in questo modo… risultato che purtroppo non è riuscito a raggiungere in pieno. A quasi sette anni dalla sua scomparsa, siamo ancora alle prese con giornali e mass media in generale che tendono a descrivere le persone con disabilità utilizzando lo stereotipo dell’”eroe”, da un lato, o del “poverino” dall’altro.!

Nonostante il grande esempio offerto da Bomprezzi, non è ancora del tutto superato l’utilizzo della locuzione “diversamente abile”, che egli considerava buonista e ipocrita, anche se questa non era l’intenzione di chi l’ha creata… e credo sia superfluo esplicitare che la penso esattamente nello stesso modo!

Bomprezzi ha passato la vita a lottare per contrastare i pregiudizi e gli stereotipi sulle persone con disabilità e nel farlo non ha esitato a condividere eventi della propria vita personale ed intima, come quando nel 2013 in un numero dell’inserto del Corriere della Sera La Lettura ha affrontato il tema della scoperta della sua sessualità: “Ecco, nell’attimo del primo turgore sessuale ho realizzato anche la mia diversità, mi sono accorto di essere differente, nel fisico, da tutti gli altri. Nel fisico: non nei desideri, non nella mente, non nella volontà. Ma da allora il destino personale rispetto alla ricerca di affetto, e poi di sesso, era segnato indelebilmente.”  E continua raccontando la sua prima volta “la prima esperienza, peraltro dolcissima e insperatamente positiva, di sessualità la ebbi attraverso l’incontro a pagamento con una prostituta, alla soglia dei vent’anni. Fu la conferma che in teoria avrei potuto condurre una vita sessuale ed affettiva quasi normale, con qualche piccolo accorgimento tecnico che non mi pare il caso di riferire qui nei dettagli”.

Oltre ad essere un giornalista attento ed impegnato e un grande comunicatore, Bomprezzi era anche uno scrittore. Tra i suoi libri, uno che consiglio a tutti di leggere è “Elogio della normalità” in cui, per l’appunto, affronta il tema di cosa sia e non sia la normalità, di cui vi riporto un paio di passaggi che secondo me sono particolarmente significativi: “La normalità … quella cosa che non c’è e che tutti, ma proprio tutti, credono di rappresentare e di vivere. …. Nessuno infatti, a parole, ammette che sia giusto ritenere “diverso” di per sé un uomo perché ha una caratterizzazione fisica, o perfino mentale. L’etica imperante è quella dei buoni sentimenti, della condivisione, della serena comprensione. Peccato che parte sempre da uno che si sente più normale di me, che mi accetta nel suo mondo, nei suoi valori, nella sua scala di compatibilità ambientale. Tutti sono convinti di essere normali e che dunque vada tutelata e protetta la “diversità”, ossia le minoranze.”  e ancora “Per fortuna che esistono le diversità e le minoranze, perché questo consente ai migliori e ai più sagaci di dimostrarsi tali, ossia portatori di condiscendente larghezza di vedute, e disponibilità ad aiutare, a comprendere a solidarizzare. Che senso ha difendere il mio diritto a una banale, stupida, deplorevole, normalità? Ha un senso preciso, che nasce dall’ evidenza delle cose. Se finalmente davvero io venissi considerato “normale”, ossia una persona qualsiasi, più o meno intelligente, più o meno bella, più o meno ricca, ma comunque banalmente normale, questo significa che finalmente non sarei valutato e “segnato” per quel simbolo vivente che mi porto appresso. Normalità non significa identità. Non vuol dire omologazione su misure standardizzate. È l’esatto contrario, è la constatazione che nel nostro orizzonte di umani è normale, essere ognuno a modo suo, senza etichette, senza definizioni ulteriori.”.

Sono consapevole di non essere riuscita a raccontare Franco Bomprezzi come si sarebbe meritato,  spero almeno di essere riuscita ad incuriosire coloro che, prima di leggere questo articolo, Franco Bomprezzi non sapevano chi fosse ed averli stimolati a fare delle ricerche su di lui e a leggere i suoi scritti illuminati.

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