Figli del pregiudizio

Di Alessandra Loru*

 

Una leva di Archimede in legno. A sinistra una statuina in legno azzurro che rappresenta il papà, a destra una statuina in legno rosa che rappresenta la mamma. Al centro sopra il fulcro della leva due statuine di legno che rappresentano i figli. Sullo sfondo una mano che tiene una lente puntata sui figli.

Dopo il mio articolo incentrato sui pregiudizi nei confronti dei genitori i sei pregiudizi sui genitori, è doveroso e politicamente corretto affrontare quello relativo ai figli, alla cui visione del figlio indifeso, disarmato e da proteggere a tutti i costi si alterna quella della belva feroce che fa dispetti, si arrabbia, si ribella e confligge continuamente con i genitori.

Queste idee di figlio sono state costruite nel tempo grazie ai racconti dei genitori, agli articoli divulgativi e a quel che la vicina di casa ha raccontato riguardo il figlio della comare di sua pronipote.

Sono certamente dei pregiudizi basati su un fondo di verità che rendono ancor più plausibile l’idea che ci siamo fatti, ma che andrebbero approfonditi per capire come, in fondo, ad ogni visione estrema, ci sia una controbilancia che rende i bambini più “umani” con dei pregi e dei difetti tipiche della nostra specie.

Dalla prima infanzia all’adolescenza il bambino affronta diverse fasi che lo accompagnano fino all’età adulta e ognuna di queste è caratterizzata da delle prove da superare, quelle che io chiamo “crisi di passaggio” ovvero degli scombussolamenti momentanei che portano l’individuo ad evolversi e ad acquisire maggiori competenze utili per affrontare la fase successiva, come avviene nei videogiochi dove, per passare al livello superiore è necessario affrontare delle prove che consentono di ottenere degli strumenti o dei punti.

Alcuni pregiudizi riguardo i figli nascono proprio dal non voler accettare questa evoluzione e considerare il bambino o il ragazzo sempre fermo ad una fase precedente, non riconoscendo il suo scatto evolutivo.

È questo il caso del “Figlio indifeso” considerato tale a prescindere dall’età, che deve essere protetto e tutelato come se avesse ancora i denti da latte anche se dall’ultima fatina del dente sono già passati decenni.

Il figlio indifeso è solitamente quello accudito da una “mamma chioccia”, che davanti a qualsiasi avversità del figlio si pone come scudo, misconoscendo la capacità del giovane di gestire conflitti, relazioni ed eventi adeguati alla sua età. Questo pregiudizio, seppur fatto con le più buone intenzioni, a lungo andare può compromettere l’evoluzione del giovane, proprio perché lo si limita ad affrontare le sopracitate crisi di passaggio, lasciandolo fermo ad un livello precedente rispetto al suo potenziale.

Un altro pregiudizio che riguarda la mancanza di riconoscimento dello sviluppo del bambino è il “Figlio inetto”, considerato incapace, inadatto, inadeguato.

È quello al quale solitamente ci si rivolge con frasi tipo “non sai fare niente”, “sbagli sempre tutto”, “non ci si può fidare di te”, frasi talmente generiche che nella realtà non hanno alcun significato, ma che nella testa del bambino possono risuonare molto forti.

Un bambino che non è bravo in matematica non significa che non lo sia anche in arte, o in ambiti più concreti, ha solo bisogno di essere indirizzato e di trovare la sua strada con il supporto di un adulto che creda in lui. Un esempio per tutti è Albert Einstein, considerato da piccolo mentalmente mediocre a causa delle sue performance scolastiche che si è poi riscattato in età adulta con il Nobel per la fisica.

Dall’estremo opposto si trovano invece il “Figlio prodigio” e il “Figlio eccelso” ovvero i figli che sembrano saltare a piè pari tutte le fasi evolutive per essere catapultati nel mondo degli adulti.

Nel primo caso ci troviamo davanti a dei bambini che sembrano essere in grado di conoscere tutte le tabelline all’età di 3 anni, di sapere le nozioni chiave dell’ingegneria biomedica a soli 7 anni e creare dei disegni degni di Matisse ad appena 4 anni. Dei veri e propri prodigi insomma!

È certo che i bambini prodigio esistono, ma quando questo portento è ostentato ripetutamente in qualsiasi ambito della vita, mettendo il bambino davanti a dei compiti molto più complessi rispetto alle sue competenze cognitive, allora si rischia di generare un livello di frustrazione che potrebbe farlo sentire inadeguato, svilire il senso di autoefficacia e, a lungo andare, avere delle conseguenze sull’ autostima. È come se, a vostra insaputa, vi iscrivessero ad una maratona, pur sapendo che il vostro allenamento si basa su una corsetta sul tapis roulant di appena 20 minuti due volte alla settimana incoraggiandovi con un “Ce la puoi fare!!”. Al termine della gara (nella quale siete crollati dopo appena 3 km) come vi sentireste?

Il figlio eccelso invece, a differenza del prodigio, svolge delle attività adatte alla sua età, ed è in grado di portarle a termine tutte in maniera eccellente!

Sono quelli del “ha vinto il primo premio in ritmica, nuoto, tennis, i campionati di matematica e anche quelli di fisica. Oltre che aver preso una borsa di studio per il disegno più bello della classe”. E anche quando il risultato non è quello sperato finge lo sia, sapendo di mentire, spesso protetto dall’ambiente famigliare.

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di imparare a gestire la frustrazione, un rifiuto o un fallimento perché se non la apprendono crescendo sarà ancora più difficile affrontarla in età adulta. L’eccellere in più ambiti è senza dubbio una dote, che va valorizzata, ma non trasformata in un trofeo sociale. Dietro un figlio eccelso si nasconde sempre anche una parte di sana imperfezione, che andrebbe accolta invece di essere nascosta sotto il tappeto o rinnegata.

Per concludere voglio trattare due categorie di pregiudizi in contrapposizione tra loro che spesso mettono in crisi gli stessi genitori sul da farsi.

Parlo dei “Figli unici viziati” e dei “Fratelli litighini”. Spesso i genitori mi dicono “Pensiamo di fare un fratellino/sorellina così che nostro figlio non cresca troppo viziato”, e gli stessi continuano “ma temiamo di non saperli gestire perché tra di loro potrebbero litigare in continuazione”.

Studi recenti hanno mostrato come l’idea dei figli unici viziati non abbia alcun fondamento, infatti quelli che comunemente chiamiamo vizi altro non sono che delle cattive abitudini apprese nel tempo nell’ambiente famigliare. Siamo davvero certi che l’essere figlio unico sia l’unica caratteristica a rendere “viziato” il bambino, oppure questa non è altro che una scorciatoia per liberarci dalla responsabilità educativa?

Lo stesso vale per i figli che litigano e che sono il tormento di tanti genitori. Partendo dal presupposto che non tutti i fratelli entrano in conflitto tra loro (e io ne sono un esempio), un ruolo importante lo gioca l’attenzione riposta nell’inserimento del nuovo nato in famiglia. Lascereste mai un cucciolo di gatto appena adottato insieme al vostro Labrador con il quale condividete la casa da anni? Penso proprio di no, e non solo, credo che monitoriate per lungo tempo la loro relazione, anche dopo aver trovato un equilibrio.

Vignetta con una coppia di genitori e un figlio. Sopra la testa dei genitori le nuvolette con scritto: Sarà etichettato a vita? Non avrà prospettive future? Avrà difficoltà o disturbo? E' malato? Ha un ritardo mentale? E' dislessico? E' uno sfaticato?

È così che funziona la vita famigliare, un continuo alternarsi di successi e insuccessi, di equilibri e di instabilità, di conflitti e di armonia. Attribuire delle etichette ai nostri figli, positive o negative, non servirà a forgiare il loro carattere e a farli diventare come noi speriamo diventino, ma rischia solamente di limitarli nella loro autentica espressione delle emozioni.

*Psicologa dei Sistemi Sociali, è Specializzata in Psicologia dello Sviluppo, Perinatale e Scolastica. Si occupa da oltre 10 anni di progetti educativi, comunicativi, emozionali e di supporto genitoriale, familiare e infantile. 

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on telegram
Share on whatsapp
Share on email

Lascia un commento