Empatia di genere: esiste davvero?

di Katia Caravello

In maniera spesso inconsapevole, nella vita di tutti i giorni ricorriamo molto di frequente all’utilizzo degli stereotipi di genere.

Quante volte pronunciamo o sentiamo pronunciare frasi del tipo “I maschi sono più bravi in matematica e più portati per lo sport”, “le femmine sono multitasking e capaci di maggior empatia”: sono solo alcuni esempi delle credenze che influenzano nel profondo il nostro modo di pensare e leggere il mondo.

A tradirci è soprattutto il linguaggio, e a rimetterci è quasi sempre il sesso femminile: a una persona che si mostra debole si dice “non fare la femminuccia”, a chi è determinato e autorevole si dice “hai gli attributi”, anche quando la persona a cui è rivolta l’affermazione è una donna… come se solo gli uomini possano essere autorevoli e decisi!

Ma quanto questi stereotipi sono legati a effettive differenze tra il cervello femminile e quello maschile? E quanto invece sono costrutti sociali, radicati nella cultura in cui cresciamo, e che finiscono con l’autoavverarsi?

Rispondere non è facile. Anche gli scienziati faticano a sgomberare il campo dai pregiudizi quando cercano di determinare in che misura le differenze tra i sessi siano innate oppure dovute a condizionamenti sociali e culturali.

In questo articolo ci concentreremo sul pregiudizio secondo il quale  le donne sono più capaci di provare empatia degli uomini.

E’ pensiero comune che le donne siano emotivamente e cognitivamente più attrezzate degli uomini a comprendere le altrui emozioni, e a essere naturalmente predisposte a destinare attenzione agli altri e a rispondere alle richieste di aiuto.

Questa credenza, sostenuta da una tanto duratura quanto scientificamente infondata psicologia ingenua porta ad imprigionare le donne in uno stereotipo che ne condiziona la vita in tutti i suoi aspetti, da quello familiare a quello lavorativo.

Partendo dal definire meglio cos’è l’empatia, vedremo come le ricerche confutino la tesi secondo la quale le donne siano geneticamente più capaci di provare empatia.

Empatia e relazioni interpersonali

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, riconoscendo nelle emozioni “come se” fossero proprie.

Essere empatici vuol dire calarsi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.

L’empatia è un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con le persone con le quali si interagisce.

E’ un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Nelle relazioni con le altre persone l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che dice l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo. Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al di là del significato letterale della frase.

Ruoli sociali e geni

La convinzione che le donne siano emotivamente e  cognitivamente più attrezzate degli uomini a provare empatia trova le sue fondamenta nella tradizione culturale che ha sempre visto le femmine fare maggiore esperienza di una gamma varia e differenziata di relazioni interpersonali

È vero che storicamente questo aspetto ha portato a differenziare i ruoli e le aspettative sociali di uomini e donne. Tuttavia, non possiamo assolutamente considerarlo come una differenza di genere scritta nel nostro DNA.

Le ragazze vengono spesso educate a essere più socievoli dei ragazzi: imparano a mostrare maggiore cordialità e disponibilità e a sentirsi, in un certo senso, responsabili del benessere altrui. Ma questo deriva semplicemente dal tipo di educazione ricevuta.

In base a come sono state educate, ci si aspetta che crescendo le femmine diventino più empatiche e prosociali, e meno propense ad avere comportamenti che possono danneggiare gli altri. Fino a qualche decennio fa nelle culture occidentali, le donne venivano sistematicamente educate ad adottare comportamenti in linea con ciò che ci si aspettava da loro nelle diverse situazioni emotive.

Inoltre, le donne erano incoraggiate a mostrare atteggiamenti e comportamenti che non solo fossero in sintonia con i sentimenti altrui, ma che permettessero anche di coglierne ogni minima sfumatura.

Questi elementi sono chiaramente di natura socioculturale. Per questo motivo,  difficilmente possono essere utilizzati come prova per sostenere l’idea che le donne siano per loro natura più emotive degli uomini.

Empatia di genere: cosa dicono le ricerche

La ricerca sembra in parte confermare la credenza diffusa che le donne siano più capaci di provare empatia rispetto agli uomini. Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra che questo accade solo quando i partecipanti sono condizionati dagli stereotipi di genere.

Per esempio, in ambito lavorativo, non si notano differenze significative tra uomini e donne quando entrambi cercano di nascondere le loro vere emozioni. Allo stesso modo, in situazioni di scambio interattivo, uomini e donne si sono dimostrati altrettanto capaci di cogliere i pensieri non espressi dai loro interlocutori.

Se fosse vero che le differenze di empatia derivano da una diversa dotazione cognitiva tra i due sessi, negli studi specifici volti a misurare l’empatia, queste differenze dovrebbero emergere in modo ancora più netto… ma non è così.

Quando i ricercatori hanno usato tecniche di neuroimaging (come la risonanza magnetica funzionale) per studiare l’empatia, hanno effettivamente notato che le donne ottenevano sistematicamente punteggi di risposta più alti rispetto agli uomini. Questo faceva pensare che ci fosse una reale differenza di genere.

Quando però ai partecipanti veniva detto che lo scopo dello studio era valutare un’abilità non legata agli stereotipi di genere associati all’empatia, questa differenza tra i sessi scompariva quasi del tutto. In pratica, se uomini e donne non erano consapevoli che l’obiettivo fosse misurare la loro empatia, le risposte si eguagliavano perché non erano influenzati dai preconcetti legati al loro sesso.

La conclusione finale è quindi molto chiara: non esiste una vera e propria differenza nella capacità di provare empatia tra donne e uomini (Nanda, 2014).

Conclusioni: le conseguenze nascoste degli stereotipi di genere

Descrivere le donne come intrinsecamente più empatiche degli uomini può apparire come un complimento, una qualità da valorizzare. Tuttavia, tale credenza, come abbiamo visto , non trova riscontro nella realtà dei fatti. Si tratta di un pregiudizio che, distorcendo la realtà, produce inevitabilmente conseguenze negative, soprattutto a danno delle donne.

Definire il sesso femminile come il principale detentore della capacità empatica fornisce un solido alibi per rafforzare alcuni dannosi stereotipi di genere.

Il ragionamento è tanto semplice quanto pericoloso. Dal momento in cui le donne vengono percepite come più empatiche, e quindi più adatte a farsi carico dell’assistenza dei figli, dei genitori anziani, dei malati o delle persone con disabilità,  si considera “naturale” che siano loro a richiedere il part time, sacrificando la propria carriera e le proprie aspirazioni professionali.

Il risultato è un circolo vizioso: le donne guadagnano meno, raggiungono con maggiore difficoltà posizioni di vertice e, avendo percepito stipendi più bassi per tutta la vita lavorativa, avranno anche una pensione inferiore.

Questo crea una dipendenza economica dagli uomini, i quali detengono così maggiore potere decisionale e libertà di movimento. Questa dinamica non è altro che una forma di violenza, una violenza, per l’appunto,  economica.

Ma non è solo una questione di soldi. Le conseguenze di questo retaggio culturale si ripercuotono anche sul benessere psicofisico delle donne: farsi carico dell’assistenza delle persone anziane e/o non autosufficienti, per quanto l’affetto sia profondo, rappresenta una fatica che logora interiormente, portando a un progressivo annullamento della propria identità, delle proprie esigenze e dei propri desideri.

Le ripercussioni degli stereotipi di genere a danno delle donne (non a caso definite come “il gentil sesso” o “il sesso debole”) non si esauriscono nella sfera personale.

Sostenere la tesi che le donne siano più emotive degli uomini è un espediente perfetto per avvalorare l’idea che il sesso femminile sia meno adatto a intraprendere studi e professioni STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria – Engeering in inglese – e Matematica).

Questa credenza si riflette chiaramente anche nel mondo politico: nella stragrande maggioranza dei casi, alle donne vengono affidati dicasteri come Famiglia, Pari Opportunità, Disabilità o Istruzione, mentre è raro che ricoprano ruoli come il Ministero delle Finanze, degli Esteri o del Lavoro. Questa situazione è rimasta sostanzialmente immutata anche con una donna a capo del Governo.

Tutto ciò evidenzia ancora una volta come i pregiudizi, siano essi negativi o apparentemente positivi, agiscano come lenti che deformano la realtà. Per costruire una società realmente inclusiva, è imprescindibile liberarsi da queste lenti.

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